Sicilia, sott’acqua un ponte del Trecento

Il ponte Brancato o Chiaramontano è sommerso dalla diga Rosamarina, sul fiume San Leonardo, da quasi trent’anni.

Il ponte Brancato prima di essere sommerso

Il sindaco di Caccamo, Nicasio Di Cola, lancia un nuovo appello per il ponte Brancato o Chiaramontano. “Si verifichino al più presto le sue condizioni, ad opera della Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali della Regione Siciliana – chiede Di Cola – e si trasferisca come promesso la storica opera. Oppure – suggerisce – si trovi una soluzione che lo possa far diventare in qualche modo fruibile a turisti e residenti”.

L’antico e prezioso manufatto, al contrario del campanile del lago di Resia, non è mai più emerso dalle acque del lago artificiale, l’invaso Rosamarina.

Perché, nel tragico destino della storia finita sott’acqua, l’Italia è unita dal Trentino Alto Adige alla Sicilia.

“Una opzione – suggerisce il sindaco –  potrebbe essere anche quella di consolidare la struttura e organizzare poi immersioni mirate”, sempreché il posto non sia pericoloso o il manufatto definitivamente avvolto dal fango.

“Sarebbe un’attrattiva medioevale in più, oltre al Castello, per la nostra zona”- rileva il primo cittadino.

Cronache Parlamentari Sicliane

 Il mio ultimo articolo sul ponte risale al 24 gennaio 2003, il primo fu per il mensile dell’Ars (Assemblea Regionale Siciliana) “Cronache Parlamentari Siciliane”, diretto dal compianto Andrea Ballerini. Il secondo per il quotidiano L’Ora il 22 dicembre del 1989.

L’Ora del 22 dicembre 1989

Il 18 gennaio del 1990, rappresentanti di tutte le Istituzioni (della Regione Sicilia, della Provincia, dell’Esa, della Soprintendenza) e insigni professori universitari, parteciparono in massa ad una riunione sul destino del ponte, che si svolse proprio al comune di Caccamo: tutti d’accordo per salvarlo, ma poi nulla fu fatto.

Da allora il SILENZIO HA INGHIOTTITO IL PONTE.

E settecento anni di storia sono nascosti dal fondo melmoso di un invaso.

La diga Rosamarina, nel territorio del comune di Caccamo, nasconde alla vista da quasi trent’anni una preziosa opera del XIV secolo: il ponte Brancato. Fu fatto costruire nel 1307, da Manfredi I di Chiaramonte, signore del castello di Caccamo, per assicurare un collegamento viario stabile con Palermo e Agrigento.

Sorto sul tracciato dell’antica trazzera Caccamo-Trabia, era riuscito ad attraversare indenne sette secoli di storia, ma niente ha potuto contro chi ha preso la decisione di costruirci una diga proprio sopra. Ora è sommerso da 60 milioni di metri cubi d’ acqua.

Dal 1973 al 1991, rispettivamente anno di inizio e di inaugurazione dell’invaso Rosamarina, è stato tutto un susseguirsi di iniziative per impedire che l’acqua lo sommergesse. Nel ’79 il Consiglio comunale di Caccamo chiese che venisse trasferito altrove.

Quattro anni dopo una petizione con duemila firme fu consegnata alle autorità regionali. «I lavori della diga – secondo Franco Piro, autore all’epoca di un’interrogazione all’Ars – furono commissionati dall’Ente sviluppo agricolo (Esa) all’impresa Astaldi di Roma, per circa 700 miliardi di lire. Due miliardi e mezzo erano stati destinati proprio al salvataggio del ponte, ma poi non se ne fece niente».

A cavallo tra l’89 e il ’90 Nicasio Di Cola, già allora sindaco di Caccamo, organizzò due incontri, il primo a Palazzo Comitini e il secondo al Comune: parteciparono politici, docenti universitari, architetti della Soprintendenza, tecnici dell’Esa e della Astaldi.

«Tuttora mi rammarico – dice Di Cola – del fatto che, nonostante il nostro impegno, non siamo riusciti a far spostare quell’importante pezzo della nostra storia, in modo da renderlo fruibile a tutti. Tra l’altro, non una goccia d’acqua della Rosamarina è mai arrivata nelle case di Caccamo e nelle campagne circostanti».

La diga era nata per soddisfare le esigenze agricole della fascia costiera, da Lascari a Casteldaccia. Solo dal settembre del 2002 ne giunge una buona parte, ad uso potabile, nelle abitazioni dei palermitani.

Alla fine si demandò tutto al Consiglio regionale dei Beni culturali, che decise di dare la priorità ai lavori della diga, ritenendo più opportuno non spostare il ponte.

Fu il professor Giuseppe Bellafiore, storico dell’arte e allora membro del Consiglio, a dare il parere decisivo contro lo spostamento del ponte: «Altererebbe l’immagine storica dei luoghi, è preferibile, al contrario, il consolidamento del ponte in situ (sul posto n.d.r.), utilizzando materiali che resistano all’acqua».

Un’operazione ormai impossibile, visto che il 23 agosto del ’94, quando la decisione fu presa, il ponte era già sommerso da tre anni. Secondo Mario Di Paola, sentito sempre nel 2003 e docente alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, «il Brancato poteva essere spostato. Ci volevano solo l’intervento di una ditta specializzata e tanta pazienza”.

Bisognava, infatti, smontare il ponte, numerarne tutte le pietre e ricomporlo poi esattamente com’era, utilizzando la stessa calce resistente all’acqua usata nel 1307 dai costruttori originari e che aveva permesso all’opera di arrivare quasi intatta sino ai nostri giorni.

Un capitolo chiuso? Niente affatto. «Adesso, con le nuove tecnologie – evidenziava Di Paola, già nel 2003 – sarebbe molto più facile realizzare l’impresa».

Questa la storia risalente al lontano gennaio di 16 anni fa (cliccate qui se volete leggere l’articolo originale), ma è più attuale che mai, non via pare?

Se qualcuno vuole accogliere l’appello del tenace sindaco di Caccamo e fare finalmente qualcosa…

Aspettiamo i vostri commenti e i vostri suggerimenti.

Questo articolo ha 5 commenti.

  1. Il campanile ha avuto una storia meno triste in quanto almeno un pezzo può essere ancora ammirato e può specchiarsi nel lago, vedere le albe e godere dei tramonti accendendo la fantasia di chi lo guarda. Al ponte è stato negato anche l’essere guardato da lontano. Un destino crudele senza che il risultato valesse il sacrificio.

  2. Un bell’articolo, estremamente interessante. Ignoravo la storia del ponte Brancato e, sinceramente, ne ignoravo anche l’esistenza. Un pezzetto di storia della Sicilia che non si vuole seppellire per sempre.

  3. Da grande amante del Medioevo e di tutta l’arte che ci ha lasciato in eredità, propongo il rifacimento e la ripresa del ponte finalizzati alla sua fruibilità. Un suo spostamento, non so, mi sembrerebbe alquanto inverosimile e forzato; piuttosto, sarebbe bello tradurre in fatti concreti questa opera di ripresa e di recupero, per tornare a valorizzare il lascito di una delle epoche più affascinanti della storia. Grazie a te, Mimma, per averci fornito dettagli così importanti su questo ponte, che sinceramente trascuravo e ignoravo. Grazie davvero.

  4. Grazie Mimma per questo articolo! Non sapevo niente di questo ponte del XIV secolo sommerso temo ormai per sempre… E’ sicuramente una risorsa da recuperare, così come si sta tentando di fare con un altro bel ponte, il San Leonardo, che si trova nello stesso territorio, alla foce del fiume omonimo, a Termini Imerese. Mi sembra tuttavia poco credibile lo spostamento del ponte, mentre appoggio sicuramente l’idea di organizzare dei tour subacquei.

  5. Una delle tante storie di chi vuole fare tutto e poi non fa niente! Questo succede in Italia! Concordiamo pienamente con la richiesta del Sindaco. Si arrivi finalmente a far emergere tanta bellezza! Amiamo l’arte, amiamo l’Italia culla dell’arte e soprattutto amiamo la bella Sicilia troppo dimenticata!

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