Il campanile

Questo racconto di fantasia dell’amica Angela Chiazza è dedicato agli abitanti di Curon Venosta e della frazione di Resia, in provincia di Bolzano che, nel 1950, per far posto a un lago artificiale, hanno dovuto giocoforza abbandonare le proprie case. Tutto il villaggio è stato poi ricostruito da un’altra parte. Adesso, l’unico sopravvissuto, il campanile della vecchia Chiesa di Curon, è diventato attrazione turistica. Una sorta di compensazione al sacrificio imposto tanto tempo fa agli abitanti di quei piccoli borghi (Mimma Lo Martire).


di Angela Chiazza

Il tramonto colorava di arancio quella strada sconosciuta, dando al resto del paesaggio un tocco irreale.

Carlo teneva lo sguardo dritto alla strada, mentre le sue mani impugnavano con forza il volante. Sara cercava di dominare l’ansia di trovarsi in un posto privo dei suoi punti di riferimento, tentava di distrarsi seguendo i contorni dei pini che limitavano in entrambi i lati la strada, che si apriva davanti a loro come un orizzonte che sembrava non aver fine.

L’auto procedeva piano e, intanto, l’ombra della sera avanzava sulla poca luce che restava.

“Dovevi girare a sinistra all’ultimo bivio incontrato – disse Sara, interrompendo il silenzio in quell’abitacolo carico di tensione – ma il tuo orgoglio la fa sempre da padrone! Ed eccoci qui, dove?  Non so”.

Non dovevano metterci in viaggio così tardi – le rispose Carlo, mentre passava nervosamente la mano tra i capelli.

“Certo, la colpa è mia” – ribatté Sara, respirando a forza l’aria fredda che entrava dal finestrino.

 Il bosco che copriva le colline, anche se la sera era già scesa, non sembrava minaccioso. La luna era uno spicchio che s’intravedeva tra le fronde e la neve, che scendeva piano, dilatava il silenzio e dava un senso di immobilità.

Finalmente, in fondo alla strada, apparvero delle luci e un cartello dove stava scritto: “Benvenuti a Curon sul Lago di Resia”; seguivano una fila di case tutte uguali con i tetti spioventi e vasi di gerani che pendevano dai balconcini.

Un altro cartello indicava il B&B “Il Campanile” .

Certi, ormai, che si erano persi, decisero che forse sarebbe stato meglio fermarsi a dormire. 

La stanza del B&B era povera di cose: un letto, un piccolo armadio e una sedia.

Niente tv e nessun collegamento con il resto del mondo da ore, da quando si erano smarriti in quelle stradine sconosciute.

Sarà stato per la stanchezza o per la quiete del luogo, entrambi si scoprirono – come ormai non succedeva da tempo – piacevolmente rilassati.

 Restarono in silenzio anche durante la cena, si sentiva solo il crepitio della legna che ardeva nel camino e il respiro pesante del cane, rannicchiato sul tappeto.

Come erano diverse le loro serate in città, piene di televisione, di squilli, di messaggi arrivati al cellulare. Tutti tentativi per cercare sempre una maniera di estraniarsi l’una dall’altro;

inghiottiti da una voragine di cose futili. Una continua corsa verso mete inutili. Uno stare insieme pieno di lontananza.

E lì, invece, in quella apparente solitudine, si sentivano vicini come non capitava loro ormai da troppo tempo.

La mattina dopo, Sara sorseggiava il caffè davanti alla finestra e guardava fuori la neve, che durante la notte aveva coperto ogni cosa.

Avete dormito bene? – chiese la proprietaria

Sì, abbastanza, anche se ogni tanto si sentivano da lontano delle campane suonare” – rispose prontamente Sara.

La proprietaria sorrise e li invitò a fare una passeggiata fino al lago.

Carlo e Sara, percossero la strada l’uno accanto all’altra, ancora in quel silenzio che non li aveva lasciati e che continuava ad essere carico di emozioni.

il campanile che emerge dal lago di Resia

 Da lontano si vedeva un campanile, man mano che si avvicinavano lo stupore s’impadronì di loro.

Il campanile stava al centro del lago, immerso fino a metà. Solo, senza nessun’altra costruzione accanto, oppure se c’era stava sotto l’acqua, nascosta ai loro occhi.

Sulla facciata in alto a loro visibile – sotto l’alloggio delle campane – c’era disegnato un orologio, diverso dagli altri tre, presenti nei restanti lati, nei colori e nelle forme. Tutti e quattro però avevano una cosa in comune: l’assenza delle lancette, che avrebbero dovuto segnare lo scorrere del tempo.

Il campanile si specchiava in un’acqua immobile, azzurra e trasparente e intorno, una catena di piccole montagne innevate sembravano proteggerlo come un abbraccio.

Al campanile si poteva arrivare solo tramite un pontile, ma quando l’inverno avrebbe ghiacciato l’acqua del lago, sarebbe stato più facile raggiungerlo senza usare questa strada obbligata.

Tutto era carico di significato. Ogni cosa, come il campanile, la chiesa sommersa, gli orologi senza tempo, le montagne, il lago, Sara li paragonò alla sua vita. E non riuscì a trattenere le lacrime, mentre Carlo la stringeva a sé. 

“Ma chi suonerà quelle campane?” Si chiese Sara con un filo di voce, mentre si perdeva ancora in quella visione.

“Non ci sono le campane dal 18 luglio del 1950 – rispose la proprietaria dell’albergo, che nel frattempo li aveva raggiunti – una leggenda narra, che in alcune notti, suonano e vengono udite solo da chi ha bisogno di ritrovarsi.” 

Racconto di Angela Chiazza

Leggi anche la storia del ponte Brancato sommerso.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Una bella storia che fa pensare!

  2. Breve ma molto poetico racconto, dove due persone ormai diventate quasi estranee (“Come erano diverse le loro serate in città, piene di televisione, di squilli, di messaggi arrivati al cellulare… Uno stare insieme pieno di lontananza”), giunte per caso al bellissimo lago di Riesa con il campanile sommerso, nel silenzio di questo posto magico si ritrovano… (“E lì, invece, in quella apparente solitudine, si sentivano vicini come non capitava loro ormai da troppo tempo.”)

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